Di  Paolo Branca

VITA. Caro Ramadan, sbagli. No a quel veto contro Israele

04 febbraio 2008

Fiera del Libro di Torino, Paolo Branca: «Grandi nomi della cultura israeliena si sono dimostrati tra i più sensibili per la sofferenza della popolazione araba. Non militarizziamo la cultura»

Ramadan interessante e prezioso sotto molti punti di vista. Per onestà devo tuttavia riconoscere che la sua recente presa di posizione circa il boicottaggio contro la presenza di Israele alla Fiera del Libro di Torino mi trova in disaccordo con lui nel merito e nel metodo. Non credo all’efficacia dei veti, soprattutto quando chiudono occasioni di confronto che vanno sempre incoraggiate. Inoltre, non mi risulta che l’invito sia stato inteso da parte italiana né israeliana come una celebrazione del 60° anniversario della fondazione dello stato ebraico. Quand’anche qualcuno vedesse la cosa in tale prospettiva, il modo migliore per far presenti i diritti negati dei palestinesi non può essere, una volta di più, la logica del muro contro muro. In tutti questi anni sono state le scelte oltranziste delle due parti in causa a rendere la vita sempre più difficile soprattutto ai più deboli. Grandi nomi della cultura israeliana si sono spesso dimostrati tra i più sensibili rispetto alle sofferenze della popolazione araba, cosa che non si può dire con altrettanta sicurezza a proposito della propaganda dei cosiddetti “paesi fratelli”, tanto disposti a roboanti proclami quanto inetti nell’assicurare condizioni di vita migliore a quanti pretendono di dichiararsi amici. Temo che Tariq Ramadan sia stato male informato da suoi correligionari nostrani, ancora legati a forme di mobilitazione sterili e anacronistiche. E’ questo l’aspetto che mi preoccupa di più, poiché rivela l’immaturità di quanti pretendono di parlare a nome dell’islam nel nostro paese. La recente mancata visita dell’imam di Roma alla Sinagoga aveva del resto già mandato un sinistro segnale in tal senso. Le fedi e le culture non devono mai “militarizzarsi” a favore di una questione politica, proprio per poter continuare la loro essenziale funzione di coscienza critica al di sopra delle parti e oltre qualsiasi schieramento. Troppe sono le occasioni che si lasciano cadere, nelle quali esprimere anche con fermezza la propria protesta ma comunque in uno spirito di mediazione, così come troppe sono le miopi scelte che rispondono alla logica del fatto compiuto o della vendetta, capaci solo di offrire la vana soddisfazione di una presunta rivincita immediata, ma che alla lunga portano all’esasperazione e spingono sempre più in là nello stesso vicolo cieco.

Questi passi falsi non vanno ad ogni modo troppo enfatizzati, soprattutto per non subirne l’effetto paralizzante, ma devono stimolare ulteriormente il nostro impegno affinché le comunità etniche e religiose che vivono a sempre più stretto contatto nel mondo globalizzato sappiano cogliere le potenzialità di questa inedita situazione.Paolo Branca è docente di Letteratura araba alla Cattolica di Milano. E’ l’ideatore dell’inserto mensile di Vita, scritto dai ragazzi della seconda generazione, Yalla Italia
Un altro anniversario ci dovrebbe ammonire in tal senso: le barricate del ’68 han compromesso molte delle promesse in nome delle quali sono state innalzate. Quel che di quella stagione ha dato i frutti migliori son stati piuttosto la solidarietà e il senso di una causa comune. Avremmo dovuto impararne almeno una lezione, che ancora oggi resta valida e forse lo sarebbe ancor di più: ciò che divide, anche da un presunto nemico, finisce per indebolire persino le ragioni di chi ha sacrosanti diritti o sogni meravigliosi. Il bene è una pianta delicata che non cresce facilmente quanto le erbacce. Richiede terreno e cure adatte, roba che non si ottiene a poco prezzo.


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